Il lapbook

Non scrivo su questo blog da parecchio tempo: in realtà sono troppo occupata, a scuola, per dedicarmi ad altro. Avrei bisogno di più tempo, sorprattutto di sera, per pubblicare, rivalutare le mie idee, ricalibrare alcune proposte fatte alle classi (quest’anno una seconda con italiano e una terza con storia e geografia). Ma. Ma ho anche una bambina di cinque anni, un marito, una gatta e una casa piena di scale con un giardino impegnativo. Direte voi: e allora? Questo è un blog didattico, non un diario sul quale dare sfogo alle proprie frustrazioni della mezz’età. Giusto. Ma resta il fatto che alla fine non pubblico o pubblico poco e i motivi sono molto prosaici.

C’è un motivo però che non voglio nascondere a me stessa e a chi mi legge. Quando non si ha molto tempo, si deve scegliere inevitabilmente a che cosa destinarlo. Si fa, insomma, una lista delle priorità. Per la scuola le mie priorità, nel tempo, sono diventate:

  1. La progettazione di pseudo-unità-di-apprendimento (dico peseudo perché andrebbero progettate a settembre, con l’aiuto dei colleghi – dovrebbero essere interdisciplinari, infatti – mentre io spesso mi arrabbatto all’ultimo, in base alle necessità della classe in quel preciso momento; quindi nella mia progettazione c’è una buona dose d’improvvisazione, che è un vantaggio ma anche un limite).
  2. La discussione con i miei colleghi, che sono persone care e sempre disponibili. Lavoro in una piccola scuola in un territorio decisamente periferico, dove il turnover dei docenti è ingente e dove alla fine arrivano insegnanti spesso alla prima esperienza d’insegnamento e da regioni di tutta Italia (mai sottovalutare l'”apertura al mondo” di un paese in cui è presente una stazione ferroviaria). Con loro si parla. Si parla delle loro vite, di ciò che hanno lasciato, delle prospettive future. La mia scuola è una scuola in movimento, da tutti i punti di vista. I ragazzi e le famiglie purtroppo lo sono meno, nel senso che vorrebbero andare di qua e di là (e qualche volta andarsene), perché si sentono un po’ troppo lontani dai luoghi in cui, secondo loro, succede qualcosa: qualcuno di loro sa fare però quelle cose che i ragazzi sapevano fare cinquant’anni fa (andare per boschi, tagliare l’erba, giocare senza animatori di turno, talvolta usare la macchina da cucire, eccetera). Insomma, con i miei colleghi sono spesso impegnata a ragionare sul futuro di certi ragazzi, a convocare famiglie apparentemente assenti, ad affrontare le solite questioni di “governabilità” di una scuola: come mandarli in bagno senza che accadano incidenti di varia natura, come calcolare le ore destinate alla formazione e all’autoformazione e cose così. Siamo soltanto una quindicina e a nessuno di noi resta poi così tanto tempo per badare esclusivamente al proprio orticello didattico. Tra l’altro, siamo in regime di reggenza e dunque, nonostante il dirigente si faccia in quattro per esserci, deve comunque farsi cinquanta chilometri per raggiungerci e cinquanta per ritornare nel suo istituto. Capirete tutti che la maggior parte delle decisioni “contingenti” dobbiamo essere pronti a prenderle su due piedi, e mettendoci la faccia. Non resta tanto tempo per fare dell’altro, fidatevi.
  3. La correzione dei testi dei ragazzi. Con i laboratori di scrittura e di lettura, i compiti che mi consegnano sono diventati rispettivamente diciotto e dodici. Sono trenta per alunno. Trenta per ventidue fa seicentosessanta compiti. Da correggere e valutare, su cui ragionare (pubblicherò entro breve i materiali di cui mi avvalgo per farlo), possibilmente da far trascrivere su file di testo… ma i nostri pc sono pochi e obsoleti, al momento, e quindi tutto si complica. Capite, insomma, che bisogna pensare ad altro e non al blog.
  4. E dunque la quarta priorità, o la terza, o forse proprio la prima, in definitiva è costituita dai ragazzi, dai colleghi e dalla scuola come un corpo vivente. Anni fa, in scuole più grandi dove contavo molto poco, avevo forse bisogno di dimostrare – prima di tutto a me stessa – di saper lavorare. Di avere delle idee interessanti e di saperle organizzare. I miei blog (Kellabuk e Villavillekulles compresi) sono serviti anche a questo. Ora non ho più quest’esigenza. Lavoro soprattutto in presenza. Eppure, adesso, c’è qualcuno che  mi chiede: ma come lo fai, questo? Come affronti quest’argomento? Ma c’è sul blog? Ma quell’attività di cui mi parlavi, la trovo su Zio Gustavo? Io nel frattempo ho scoperto in via definitiva, come tutti i saggi – 😉 – che so di non sapere. O meglio, come diceva più a meno la la De Beauvoir nelle sue Memorie, che da giovani ci si crede sapienti e invincibili ma poi ci si accorge, con l’età, della finitudine propria e delle proprie certezze. A scuola, nel mese scorso, è venuta una bravissima formatrice – Paola Veronesi dall’I.C. Marconi di Modena – a parlarci di alcune esperienze didattiche innovative, per esempio di Lepida Scuola, e io sono impallidita. C’è così tanto da imparare. Ok, anch’io ho qualcosa da offrire, ma il blog è impegnativo e spesso ripiego su altri “canali” più veloci ed efficaci (chessò, come le foto su WhatsApp). Vedo gente sul gruppo facebook di Italian Writing Teachers pubblicare a tutto spiano proposte, esperienze e tante cose bellissime (per presentare i libri, guardate un po’ qui che cosa propone Loretta De Martin). Io non ce la faccio (quasi) più, e me ne dispiaccio.

Comunque, nel finesettimana scorso, ho fabbricato un lapbook che è anche un po’ collage. Ci ho messo venti (20) ore. Forse qualcuna di più. Ovviamente, ero convinta di metterci molto meno. Vi dirò che la cosa interessante dello sperimentare ciò che vogliamo proporre ai ragazzi è proprio questa. Scopriamo che le loro difficoltà sono anche le nostre e così “ridimensioniamo” il nostro zelo docente e le nostre false aspettative. Un megaesercizio lo dobbiamo ridurre a un miniesercizio, perché ci siamo resi conto – provandolo – che stavamo chiedendo troppo. Chiedere troppo equivale, a scuola, a chiedere troppo poco, perché se i ragazzi si spaventano si bloccano, o finiscono a dibattersi nel nulla come trote appena pescate.

A loro ho mostrato il mio lapbook su I dieci mesi che mi hanno cambiato la vita, specificando che è un lavoro molto impegnativo e che a loro intendo chiedere di meno.

Poi abbiamo dato una definizione di lapbook sul taccuino del lettore. Abbiamo precisato che si può costruire per tutti gli argomenti di tutte le discipline e non soltanto per recensire dei romanzi.

In sostanza, a loro chiedo queste cose.

  • Di portarmi un lapbook, se lo desiderano, al posto di una recensione “classica”, cioè scritta sul foglio protocollo (preciso che devono portarmene una ogni tre settimane: non sono poche!). Il lapbook non è obbligatorio. Lo fa soltanto chi vuole.
  • Di utilizzare necessariamente il sistema “Nota e Annota”, che abbiamo ripassato e organizzato su un grosso segnalibro di cartoncino che ciascuno custodisce nel proprio romanzo “in lettura”. In pratica, mentre si legge o appena terminata la lettura (la famosa mezz’ora al giorno), bisogna usare dei simboli – faccine sorridenti, faccine tristi, lampadine accese e quant’altro – come promemoria per la futura recensione (scriverò a breve un post dedicato a questo).
  • Di controllare sulla checklist (lista di controllo) se stanno procedendo nel modo giusto. Non chiedo di sviluppare tutti i punti presenti, ma almeno la metà. Sviluppare tutti i punti richiede un lavoro di analisi del testo molto ambizioso (nel mio caso, circa cinque ore; la mia bravissima collega di sostegno nonché di lettere, mi ha fatto notare che cinque ore delle mie corrispondono a circa venti ore di un/a dodicenne) e un lavoro finale di parecchie ore (nel mio caso, almeno venti; dunque ottanta di un/a dodicenne).
  • Di preparare, preferibilmente, un file di testo come questo (con Word) in cui inserire tutto ciò che andrà stampato, ritagliato e incollato sul cartellone. Anche questo è un consiglio e non un ordine. N.B.: io ho usato alcune font “strane”, tutte scaricate da DaFont (jabjai Light, DJB Ransom Note Clipped, Maybe Maybe Not, Random House).
  • Di cercare, eventualmente, alcune immagini con Google per “prestare un volto” ai personaggi, magari ricorrendo alla tecnica del collage (come ho fatto io). Di nuovo, tutto ciò non è obbligatorio.
  • Di scaricare altri materiali da internet, nel caso in cui fosse necessario. Io ho usato  4K Video Downloader per scaricare una decina di filmati da youTube, corrispondenti a tutti i pezzi musicali citati dal romanzo (visto che uno dei temi era proprio la musica). Alla fine, la mia cartella sul desktop era piuttosto carica…

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  • Di presentare il lapbook alla classe e di impostarlo in parte come una “chiacchierata” con i compagni, nel caso in cui avessero dubbi o domande. Io l’ho fatto con loro. Hanno visto come funziona.

Post scriptum: poiché la presentazione, a turno, richiederebbe troppo tempo, ho deciso in seguito di impostare un lavoro di gruppo in cui si valuta il lapbook e la presentazione dei compagni. I gruppi sono formati da tre elementi. A ciascun membro del gruppo viene consegnata la checklist_2, opportunamente modificata e corredata da un’elementare (e rapida!) griglia di valutazione. Ogni elemento del gruppo ha a disposizione dieci minuti per la propria presentazione. Seguono cinque minuti per le domande da parte degli altri membri e per le relative risposte. Quindi, si dedicano quindici minuti alla valutazione (rigorosamente scritta… vedi checklist!) da parte degli altri due componenti. Complessivamente, il lavoro di presentazione e valutazione si svolge in un’ora e mezza esatta.

Purtroppo il mio lapbook non è attualmente fotografato né fotografabile, perché si trova in classe, a disposizione dei ragazzi. Lo fotograferò al più presto, però, perché rende l’idea del lavoro che c’è a monte. A presto, dunque, su questi schermi.

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