Ricominciando da Peri

In questi giorni sono tornata a meditare sul senso del fare scuola. Anzi, dubito di aver mai smesso del tutto di farlo: è che, come ogni insegnante, mi tocca dedicare a questo genere di riflessioni i miei avanzi di tempo. Per strada, spazzolandomi i denti, scongelando le polpette. Perché, nella scuola riformata, sono stati erosi proprio i tempi dedicati alla riflessione assieme ai colleghi, alle famose “compresenze” o più in generale a tutto ciò che non è “lezione frontale”, ricacciandoci indietro – di fatto – di una cinquantina d’anni. Siamo tornati, mese più mese meno, alla primavera del 1965.

Ma il mondo non è più quello del 1965. Le persone men che meno. È piuttosto tragico, allora, questo scollamento fra le nostre consapevolezze – di insegnanti, di alunni, di genitori – e la realtà che ci tocca vivere tutti i giorni quando abbiamo a che fare con la scuola.

Nonostante buona parte delle novità introdotte dalle ultime riforme scolastiche siano state presentate alla cosiddetta “utenza” come passi avanti, nella realtà dei fatti corrispondono invece a battute d’arresto: sono state ridotte tanto le attività educative per i ragazzi, quanto le occasioni di formazione e di auto-valutazione per i docenti. Per comprendere le riforme varate nella scuola in questi anni bisognerebbe leggere non le pagine dei giornali dedicate alla cultura, ma quelle di economia e di finanza: hanno semplicemente chiuso il rubinetto, continuando a erogare agli istituiti soltanto i fondi necessari a far sì che le classi siano sotto la dovuta sorveglianza quando manca un insegnante per malattia. Non sono previsti investimenti, forse perché non c’è denaro o forse perché non ci si crede abbastanza. Fine del discorso. Io con i ragazzi sono molto chiara, quando mi chiedono perché ci vogliono mesi – talvolta anni – per sostituire la lampada guasta del proiettore, in classe. O perché non ci sia mai della carta su cui allestire i risultati di un lavoro appena concluso, o delle tempere per abbellirlo. Altro che tablet.

In questa situazione, lo potete capire benissimo da soli, la differenza tra una scuola e l’altra la fanno le persone. I colleghi disposti a condividere entusiasmi e delusioni o a fare progetti in ore fuori contratto. Ma anche i ragazzi e le loro famiglie, quando formano un tessuto sociale umanamente (e non per forza economicamente) ricco, di relazioni e scambi; un teatro talvolta conflittuale ma dove è ancora possibile incontrarsi per strada, disputare una partita di calcio improvvisata, parlare senza falsi pudori. Non è così facile, trovare comunità del genere.

Sono stata molte volte sul punto di mollare questo lavoro. Il mio piano B è sempre stato quello di farmi assumere da una ditta di pulizie, perché ho sempre sognato di provare la soddisfazione di vedere i risultati del mio lavoro in tempi brevi: un pavimento brillante, tutte le stoviglie al loro posto. Cose che, quando s’insegna, non capitano mai.

Fortunatamente, quest’anno il caso ha voluto per me che finissi a insegnare alle scuole medie (tanto per capirsi, anche se non si chiamano più così) di Peri. Così ho potuto cominciare a restituire un senso al mio lavoro. Sembra una frase fatta, ma vi assicuro che invece la medito, la mastico e rimastico fin dall’autunno scorso. A Peri mi è tornata la voglia di trascorrere le mie ore in un edificio scolastico, per quanto privo di tecnologie avanzate, laboratori, parco attrezzato e piscina. Come tutte le altre scuole italiane, d’altronde. Che cos’ho trovato, lì, dunque, che non ho trovato altrove?

Ho trovato un corpo docente che riconosce dignità, e dunque importanza, a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze che frequentano la scuola. Che non li strapazza perché “fanno rallentare il programma”. Anzi, che li valorizza in quanto “portatori” di esperienze degne di essere ascoltate, condivise e discusse. E che dunque permette a ciascuno di loro di appropriarsi autonomamente, attraverso l’esercizio della parola, di concetti che fanno parte prima di tutto della loro vita e soltanto in seconda istanza dei libri scolastici: giustizia, dolore, democrazia. La conoscenza dovrebbe essere per tutti, infatti, un luogo in cui riconoscere prima di tutto se stessi così da avviare un processo di liberazione personale e collettiva dagli stereotipi, dalle paure, dagli impedimenti. E i ragazzi sanno riconoscere quando ciò avviene.

Ho trovato gente meno trafelata. Insegnanti che non fanno a gara a chi finisce prima il “programma” (che in realtà non esiste più, quanto meno in termini di contenuti). E, dunque, alunni più responsabili dei propri interventi, più attenti a contribuire a quella costruzione partecipata di significati che dovrebbe avvenire durante ogni lezione degna di questo nome: ragazzi che fanno domande senza tema di essere messi da parte o derisi, resi “perdenti”. 

Ho trovato più occasioni di fare pratica, esperienza, laboratorio, pur se privi di mezzi economici e/o tecnologici. A Peri s’impara a leggere leggendo, a scrivere scrivendo, a collaborare lavorando assieme (anche fuori dall’aula) e non soltanto ascoltando un professore che parla, parla e parla, ridotto a fare di più per fare peggio.

Ho trovato un’area decontaminata da quell’epidemia valutativa denunciata dal M.C.E. (Movimento di Cooperazione Educativa) un paio d’anni fa: quella che nega la sperimentazione e il piacere della scoperta, a scuola, per sostituirla con la somministrazione di batterie di test, spesso fotocopiati dai libri delle case editrici, senza alcunché di personalizzato per quella classe o per quell‘allievo. Una malattia che colpisce anche i professori più bravi e che rende l’aula un luogo in cui nulla può più essere espresso liberamente perché tutto ciò che vi accade dev’essere soggetto a valutazione.

Infine, a Peri ho trovato la disponibilità a ripensare alla scuola in termini progettuali: l’interdisciplinarietà, anche se faticosa, là è possibile (e probabilmente lo sarà sempre di più); le classi si mescolano per lezioni comuni; il lavoro in gruppo è considerata un’ovvia modalità per favorire la cooperazione e l’auto-apprendimento fra pari. Un domani, non troppo lontano, si potrebbero predisporre nuovi spazi all’interno delle aule, per le biblioteche di classe o per la produzione artigianale di libri fai-da-te; si potrebbero inaugurare nuovi laboratori per la sperimentazione scientifica a costi contenuti o per l’osservazione botanica eccetera. E, se soltanto s’investisse di più nella scuola, diventerebbe possibile destinare i fondi d’istituto ad attività pomeridiane inedite come il cineforum o il laboratorio di falegnameria (cose che in parte esistono già, grazie ai servizi educativi che ci affiancano).

Ora, non mi resta che tornare a pensare che il lavoro dei miei sogni sia un lavoro possibile, date queste circostanze. Devo soltanto lasciarmi alle spalle tutte le cose inutili, o addirittura controproducenti, che ho imparato a fare prima di arrivare fin qui. Ma credo che non sarà difficile.

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knitalatte, Nature Study
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