Di memoria, scappatelle in bagno e soddisfazioni impreviste

Oggi, a scuola, abbiamo guardato un film lento, lentissimo, teatrale, modulato tutto sulle espressioni dei visi e sull’intonazione delle voci, nonché sui chiaroscuri degli interni e degli esterni. A detta dei ragazzi una palla, insomma.

I ragazzi (tutti di terza media) si sono annoiati, perché – anche se è vero che spesso non sembrano capaci di distinguere la finzione dalla realtà (domanda tipica: “Prof, ma è successo davvero? Il colombre ha veramente inseguito quel ragazzo fino in capo al mondo?”) – è altrettanto vero che la finzione qualche volta resta troppo aliena alle loro esistenze adolescenti e dunque impenetrabili. Già per loro il dolore degli altri è dolore a metà: il dolore finto, rappresentato, poi, tende a essere proprio un non-dolore.

Dunque, queste erano le considerazioni che andavo facendo tra me e me mentre guardavo il film,  seduta fra una tredicenne incappucciata e ingobbita – apparentemente indifferente alla tragedia che si consumava sullo schermo – e un coetaneo maschio che scartava caramelle e ogni tanto mi sorrideva, rigorosamente a denti stretti, salivando copiosamente.

Tra le altre cose, mi dicevo anche, però: fanno la terza, perdincibacco! E sarebbe dunque ora che vedessero qualcosa di diverso dal solito blockbuster rimaneggiato al computer e sparato a ritmi narrativi da cardiopalma; cioè: un film con una pausa, per esempio, magari dialogata. Quella roba che loro evitano come la rogna, insomma. Ne hanno l’età, ecco, e le credenziali intellettive. Si suppone.

Infatti poi, in seguito a sospiri, commenti non sempre edificanti e frequenti richieste di andare in bagno, ne abbiamo parlato. Non avevamo predisposto una traccia e non sapevamo dove volevamo andare a parare. Io per prima non avevo mai visto questo film prima di stamattina; quindi, figurarsi. Eppure, miracolosamente, alla fine di questa discussione appena abbozzata, qualcuno avrebbe continuato a parlarne per un’altra mezz’ora almeno. E, per chi non lo sapesse, questi sono i veri traguardi di noi insegnanti del 2015: accorgersi che qualche ragazzo si sta facendo delle domande. Sono risultati che valgono almeno il doppio di un 9 nell’Invalsi: praticamente un 18. Una torna a casa ingrassata di due chili, se si accorge di una cosa del genere, oggi. Ecco, dunque, il verbale che testimonia come si sono svolti i fatti.

Prof [eravamo in tre e parlavamo random, un po’ una e un po’ l’altra; in questa discussione siamo dunque interscambiabili]: allora, quali sono le parole che vi vengono in mente dopo aver visto questo film? C’è qualche parola che secondo voi ne sintetizza il tema, il succo?

Ragazzi [ok, c’hanno messo un quarto d’ora, ma alla fine queste sono le risposte defintive]: guerra, coraggio, libertà, nazismo, pena di morte, razzismo, diritto, leggi, opinione…

Prof: ok, e quali sono invece le emozioni che ha suscitato in voi questa storia?

Ragazzi [in altri dieci minuti, qui condensati in una manciata di secondi]: angoscia, rabbia, determinazione (“coraggio”), speranza, tristezza, gioia, delusione…

Prof: perché qualcuno, secondo voi, ha parlato di gioia?

Yassmin: forse perché Sophie alla fine è riuscita a difendere il proprio pensiero nonostante sia morta. E poi Sophie, suo fratello e i loro amici erano tutti d’accordo, solidali. Infatti i loro volantini si salvano e vengono sganciati sopra Londra, anche se loro sono già morti. I loro desideri si “salvano”.

Prof: chi è che ha detto di essersi sentito deluso?

Michele: io.

Prof: perché?

Michele: mi sono sentito deluso di fronte alla stupidità dei nazisti.

Prof: quali sono esattamente le idee nazionalsocialiste, dette anche ‘naziste’, che vi hanno “delusi”?

Issam: be’, che ce l’avessero con i disabili, con le razze considerate inferiori…

Prof: eh, per i nazisti la diversità era un vero e proprio problema, da risolvere con metodi definitivi, cioè con la morte; non per niente le loro si chiamano “soluzioni finali”. Dunque, chi sa quali erano le diversità considerate sbagliate e dunque punibili con la morte?

Ragazzi: alcune razze più di altre (gli Ebrei), i disabili, i comunisti…

Silvia: la compagna di detenzione di Sophie è una comunista.

Prof: sì, e vi ricordate per quale motiva apprezzava il comunismo?

Ragazzi: perché rendeva uniti lei e i suoi compagni.

Prof: sì, esattamente il contrario del nazismo, che invece li separava e rendeva tutte le persone come “atomi”, isolati e impauriti. E poi, con chi altri ce l’avevano?

Ragazzi: con gli oppositori politici in generale…

Prof: vero. E con gli omosessuali e gli zingari (Rom, Sinti), cosa di cui oggi si parla molto poco. O meglio, di cui si parla ancora in termini di problema, come al tempo dei nazisti… segno che alcune questioni sono ancora irrisolte, no?

Khalid: sterminavano anche i lebbrosi.

Prof: bè, tutti gli invalidi, i malati, erano considerati inutili dal regime, che voleva al contrario un popolo sano e dunque potente. I lebbrosi in realtà erano pochi, anche se è vero che per secoli sono stati loro i primi a essere emarginati. Ok, ma restiamo sul film. C’è una scena che merita un commento: avete presente durante il processo? Ci sono Sophie e suo fratello che non rinnegano nulla, apparendo come degli autentici eroi. Invece il loro amico medico ritratta, chiede di essere graziato, sostiene di aver avuto una depressione, di non aver voluto veramente dire quel che invece ha detto all’interno dei volantini, eccetera… Perché? Perché lo fa?

Beatrice: lo fa perché lui ha tre bambini piccoli e una moglie malata, mentre gli altri non hanno nulla da perdere, fra virgolette.

Prof: e poi, che cosa avete notato di interessante in quel processo?

Yassmin: che il giudice era l’unico ad avere le idee chiare mentre gli altri chinavano la testa, erano imbarazzati… probabilmente avevano paura di dire ciò che pensavano.

Silvia: sì, chinavano la testa, forse condividevano quello che diceva Sophie, che poi comunque alla fine ha detto: “Ciò che fate a noi un giorno lo faranno a voi”.

Prof: già, avevano paura di parlare e questo è il presupposto per l’esistenza di un regime totalitario. Voi oggi se sapeste che un compagno è ingiustamente “condannato” a tre giorni di sospensione, anche se non ha fatto nulla, parlereste?

Ragazzi: certo che sì!

Prof: questo lo potete fare perché la scuola non è un’istituzione totale, un regime totalitario; è un’istituzione dove vigono i diritti democratici, fra i quali quello di parola. Sempre a proposito del processo, che cos’avete notato di interessante, in particolare, nel discorso del giudice?

Issam: che dice che i campi di sterminio sono sciocchezze.

Prof: nega la loro esistenza, vero?

Issam: dice che sono un’invenzione di Sophie.

Prof: e invece le gerarchie sapevano, sapevano e negavano tutto. Qualcosa sapeva anche la popolazione, ma fuori della Germania si sapeva molto poco. Il 27 gennaio, quando hanno aperto i cancelli di Auschwitz (ma in quel periodo tutti i cancelli venivano un po’ alla volta aperti e la Germania liberata, sia da est che da ovest), tutti hanno potuto vedere. Hanno scavato e hanno trovato le fosse comuni. Solo allora ci si è resi conto completamente dell’orrore. Però, capite, i gerarchi sapevano… e molti altri… Oggi qualcuno ancora nega l’esistenza dei lager: dicono che sono tutte invenzioni, messinscene teatrali, bluff… Queste persone sono chiamate negazionisti. Oggi essere negazionista, almeno in Germania, è un reato. Vedete come cambiano, le leggi? A proposito, avete capito che Sophie non rispetta la legge. Vi ricordate la scena del dialogo con l’ispettore?

Erik: lui tira fuori una pistola.

Prof: ok, ma perché lo fa?

Erik: boh.

Prof: no, Erik, non puoi dire “boh”…!

Ragazzi: la mostra per far vedere a Sophie che loro sanno tutto, che l’hanno incastrata.

Prof: sì, e vi ricordate che cosa dice Sophie a proposito del suo non rispettare la legge? Guardate che questa è una cosa strana, perché noi adulti di solito vi diciamo che la legge va rispettata. Eppure lei non la rispetta. E ha ragione.

Ragazzi: lei segue la sua coscienza, dice, e non la legge.

Issam: l’ispettore ha un libriccino con le leggi [codice penale] e un libriccino con la lista degli amici di Sophie. Come se da una parte ci fossero le leggi e dall’altra le persone e le due cose non si potessero unire [fa un gesto con le mani per spiegarlo].

Prof: Issam, hai appena detto una cosa molto bella. E poi, che cosa c’è di notevole ancora in quella scena?

Ahmed: l’ispettore propone un accordo.

Prof: giusto, Ahmed. Che tipo di accordo?

Ahmed: lei rinuncia alle sue idee e fa la spia, lui in cambio le riduce la pena.

Prof: eh, voi lo fareste? Se vi dicessero: “Guarda che puoi scampare alla morte se solo ci dici i nomi dei tuoi amici”, voi lo fareste?

Ragazzi [in coro]: nooo!

Prof: ne siete proprio sicuri? Alzi la mano chi ne è convinto?

Ragazzi: [qualcuno la alza, qualcuno no; qualcuno la alza e poi la riabbassa].

Ragazzi: dipende dall’amico, cioè dal grado di affetto che proviamo per lui.

Ahmed: se mi chiedono di “vendere” mia mamma, io piuttosto preferisco morire.

Prof: eh, un regime totalitario fa anche questo, cioè colpisce negli affetti. Sanno selezionare chi v’importa e chi no. Comunque tenete presente che nelle carceri italiane, sotto il fascismo (immaginate quindi che cosa poteva succedere sotto il nazismo), la tecnica preferita per estorcere delle confessioni era la tortura. Vi prendevano, vi legavano a una sedia da dentista e cominciavano con lo strapparvi le unghie e i denti, tanto per dire.

Ragazzi: lei, prof, avrebbe parlato?

Prof: non lo so, davvero. Me lo sono sempre chiesta, sinceramente. E da quando sono madre me lo chiedo ancora di più. Come quel medico, là, il loro amico.

La discussione è finita qui, perché è suonata la campanella. Però ne ho ricavato l’assai consolatoria impressione che, nonostante i ragazzi oggi sopportino con fatica l’analisi di film, testi e argomenti complessi, abbiano in realtà un’invidiabile capacità di “masticare” non solo caramelle ma anche qualche concetto importante.

Diamo loro la possibilità di farlo: non sono tonti, a meno che non li trattiamo come tali.

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