Intervista a Youssef

Qualche anno fa, a cavallo fra il 2009 e il 2010, insegnavo in una seconda media piuttosto “variegata”: prevalentemente italiani, ma provenienti da più regioni, i ragazzi dovevano convivere anche con coetanei cinesi, marocchini, rumeni e moldavi. In quegli anni, in realtà, la situazione era in via di impercettibile modificazione: dal dover convivere si è passati infatti nel frattempo al saper convivere, volenti o nolenti. Le difficoltà che fino a quindici anni fa sembravano insormontabili, lentamente si sono avviate a una sedimentazione. E a un ripensamento.

Oggi, molti scolari italiani sono cresciuti in quartieri o in paesi con presenza di famiglie immigrate, frequentando fin da piccoli altri bambini stranieri. L’amica del cuore (“micadecuòe”) di mia figlia treenne è – per fare un esempio qualsiasi – una vicina di casa poco più grande, figlia di genitori rumeni ma nata in Italia. Le differenze non sono più così percepibili, almeno da parte dei più piccoli. Alcuni ragazzi, nati qui e dunque di seconda generazione, non si possono più definire stranieri a tutti gli effetti: in Italia sta accadendo ciò che è accaduto trent’anni fa in Francia o in altri Paesi un tempo colonialisti.

Questo processo non è esente da complicazioni. Qualche volta i ragazzi si rendono conto di avere riferimenti o abitudini familiari diverse, ma ciò non costituisce un vero e proprio problema, come talvolta appare a noi adulti.

Quello che segue è il verbale, redatto dai ragazzi, nel corso di un’intervista a Youssef, un compagno arrivato durante l’estate precedente dal Marocco. In questo caso, l’accettazione reciproca non è stata immediata: Youssef era un ragazzino di un anno maggiore rispetto agli altri e con un temperamento irrequieto, poco incline a compromessi. Alcuni compagni, altrettanto risoluti e abituati ad averla vinta, non tolleravano le sue rispostacce. Da lì, era nata quindi la necessità di confrontarsi in classe con lui, in presenza di una mediatrice culturale, allo scopo di conoscersi meglio…

Ho ritrovato questo file in una vecchia cartella del computer, qualche giorno fa, e – rileggendolo – ho provato una grande tenerezza per l’ingenuità dei ragazzi e contemporaneamente per la loro abilità inconsapevole nel porre domande. Nonché per quella di Youssef nel rispondere.

 

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Autoritratto di Youssef

 

Prof*: Quando sei arrivato?

Youssef**: Quattro mesi fa.

Prof: Hai fratelli?

Youssef: Sì, uno.

Prof: Lui era già qui, quando tu sei arrivato?

Youssef: Sì, io ero rimasto in Marocco con i miei nonni.

Nicola: Qual è il piatto tipico del Marocco ?

Youssef: Il cous cous .

Damiano: Si balla la break dance?

Youssef: Sì, anche l’hip-hop.

Giovanni: Quante scuole ci sono, là?

Youssef: Ce ne sono tante, vicine tra loro.

Giovanni: Che sport si praticano?

Youssef: Pallavolo, calcio, pallacanestro, karate, pattinaggio e sci (in in montagna), motocross, atletica e rugby.

Giulia: C’è qualche sport che noi non pratichiamo?

Youssef: Sì: la corsa con i cammelli, al posto della corsa con i cavalli.

Alessandro: Il rugby è molto praticato?

Youssef: No, molto di più il calcio.

Damiano: È vero che si scrive da destra verso sinistra ?

Youssef: Sì.

Daniele: Si pratica il cricket, in Marocco?

Youssef: No, si pratica in Egitto.

Alessandro: Sei mai stato su un cammello? È difficile?

Youssef: Sì, sono salito su un cammello e non è difficile. Però fa un po’ paura, quando, da seduto, si alza.

Damiano: Non ti fanno male i “gioielli”, quando cavalchi un cammello?

Youssef: No, quando vuoi farti un giretto usi la sella… non ti fai male! Durante le corse, invece, non c’è nessuno sopra: il cammello corre da solo.

Prof. Olivieri***: Da dove vieni?

Youssef: Da Casablanca.

Prof. Olivieri: Lì c’è la casbah, vero?

Youssef: Sì: è la città vecchia fortificata. Ci sono anche il mare, gli attori e il re.

Matteo: Come si chiama il re?

Youssef: Muhammad; suo papà si chiamava Hassan.

Giovanni: È simpatico, il re?

Youssef: sì, e poi io sono favorevole al re.

Prof: Può esserci una regina?

Youssef: No, non può.

Prof. Olivieri: Se il re ha solo figlie femmine, chi è l’erede al trono?

Youssef: È il fratello del re.

Giulia: Il re ha un nome preciso? Come “zar” o “maragià”?

Youssef: Sì, il suo nome è “emiro”.

Giovanni: I nomi propri hanno un significato?

Youssef: Sì, ‘Mouflih’ per esempio significa ‘vincitore’.

Damiano: E ‘Youssef’, che cosa vuol dire?

Youssef: Corrisponde a ‘Giovanni’, ma non so che cosa significhi.

Dennis: Perché nel mese di Ramadan si digiuna?

Youssef: Perché lo ha detto Dio.

Dennis: Perché si mangia di notte e non di giorno?

Rania****: Non si può bere, mangiare o fumare nei giorni del mese di Ramadan perché c’è scritto nel Corano. E basta.

Nicola: E se qualcuno mangia cosa succede ?

Youssef: Devi resistere alla tentazione. Se invece qualcuno si dimentica viene perdonato. Basta che poi “recuperi” il giorno perso.

Veronica: l’anno musulmano è di 365 giorni?

Rania: Sì, ma sono indietro di 622 anni: quindi sono nel 1436.

Sergiu: Quand’è il Ramadan?

Rania: Segue i mesi lunari e dura circa ventinove o trenta giorni, quindi non cade sempre nella stessa stagione.

Youssef: Quando faccio digiuno e poi arriva il tramonto, io svuoto sempre tutto il frigo!

Sebastian: Perché non si può mangiare la carne di maiale?

Rania: Perché lo dice il Corano. Però possiamo mangiare le carni  macellate a modo nostro.

Prof. Olivieri: non siamo molto diversi da loro, perché anche noi di venerdì non dovremmo mangiare la carne.

Giovanni: Le tradizioni musulmane vengono seguite anche qua, in Italia?

Rania: sì, sì…

Prof. Olivieri: C’è poi il discorso del divieto di bere alcolici, forse perché a quella latitudine l’alcool è dannoso o forse per una questione culturale…

Alessandro: Si può mangiare la carne di cammello?

Rania: Sì, anche il suo latte. E la testa (tranne gli occhi). Si mangia anche il cervello.

Damiano: Prima del Ramadan si mangia tanto?

Rania: No, perché comunque si fa colazione la mattina presto.

Sebastian: Gli operai, in Marocco, vengono pagati tanto?

Rania: Vengono pagati poco perché lì la cose costano molto di meno. Si guadagna soprattutto con il turismo.

Damiano: Mia mamma ha cambiato 20 € con 120 dirham.

Giovanni: Che cosa si può fare con 120 dirham?

Youssef: Si può vestire una famiglia.

Giulia: Le case più ricche hanno il tetto spiovente, piatto o a cupola?

Rania: In montagna ci sono i tetti spioventi, come qua. Altrimenti sono generalmente piatti, perché piove poco e non nevica mai.

Prof: Per andare in Marocco in aereo quanto si paga?

Youssef: 140 €. C’è anche il traghetto, volendo.

Giulia: Ma ci sono anche le corse dei dromedari? E si mangiano?

Rania: Sì, in realtà quello che chiamiamo comunemente ‘cammello’ è proprio il dromedario… il vero cammello è diffuso solo in Asia!

Emanuela: Quanto tempo ci metti per andare in Marocco? E quanto dista da qui?

Youssef: Ci metto tre ore… dista circa 3000 km.

Giulia: Quante lettere ci sono nell’alfabeto arabo?

Rania: Ci sono ben ventotto lettere e la grammatica è molto difficile.

 

* La sottoscritta.

** L’intervistato, di anni tredici.

*** L’insegnante di sostegno, Luca.

**** La mediatrice culturale, invitata in classe a parlarci della cultura araba.

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