Se lo dice Google…

Google dice che le qualità più apprezzabili nei suoi dipendenti (e dunque quelle in base alle quali si viene assunti) sono le seguenti:

  1. La capacità di imparare cose nuove al volo o di cogliere relazioni (trovare collegamenti) fra cose vecchie per far nascere cose nuove.
  2. La capacità, in un gruppo, di farsi avanti per risolvere un problema e nello stesso tempo quella di farsi da parte quando qualcun altro ha un’idea migliore della propria o quando non è più necessario offrire contributi significativi. Non abituarsi al proprio “potere”, dunque.
  3. L’umiltà intellettuale che permette di imparare dalle situazioni nuove e dagli altri, senza aver la presunzione di avere sempre l’ultima parola.
  4. La responsabilità di riconoscere gli effetti del proprio lavoro, senza dire: “è riuscito, dunque io sono un genio!” oppure “non è riuscito, dunque gli altri hanno sbagliato qualcosa”.
  5. L’esperienza… anche se spesso impedisce di progredire, perché si resta ancorati a visioni “vecchie” del mondo (nel mondo dell’informatica, così come in ambiti culturali più tradizionali l’esperienza in realtà conta ancora parecchio, anche se non coincide quasi mai con i “titoli di studio”…).

Immagine 5

Ecco, io non vedo perché non dovremmo coltivare queste qualità anche al di fuori di Google.

A me sembrano i requisiti minimi per essere un buon alunno, una buona persona, a scuola e nella società civile. Prima ancora di essere un lavoratore nelle aziende che contano. Sembrano tutte qualità autoevidenti, ovvie, e invece non lo sono.

Dunque rappresentano, almeno in parte, l’eccellenza.

Ricordiamocelo quando parliamo ai ragazzi e alle ragazze, ancora convinti che la conoscenza sia un dato tutto meccanico, fatto di date sapute a memoria e di frasette ripetute tanto per dire; preoccupatissimi di emergere sul gruppo per vincere, possibilmente a scapito dei compagni più deboli o – meglio – più insicuri; generalmente incapaci di assumersi responsabilità verso se stessi, i compagni e l’ambiente di lavoro perché “è sempre colpa sua e io non ho fatto niente”.

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