Costruire. Assieme. Qualcosa.

Ieri è accaduto qualcosa. In verità, quel qualcosa accade spesso, ma non sempre io so come comportarmi.

Un ragazzo si è messo a piangere; non uno, anzi, ma due. La verifica di storia, per lui (per loro), era troppo difficile.

Come ho ovviato, o meglio, come ho affrontato quest’emergenza? In un caso il pianto è scoppiato immediatamente, con il risultato che ho dovuto prendere una tempestiva decisione: non fai la verifica scritta, però vieni qui vicino a me, che ne facciamo una orale (detta volgarmente “interrogazione”, anche se in questo caso è stata più che altro una chiacchierata su quanto appreso e rielaborato tra scuola e casa).

Perché il problema è che nella scuola di oggi, dove il tempo e le risorse sono stati ridotti ai minimi termini (detto in altre parole: dove la copertina è troppo corta), tutte le situazioni complesse si trasformano in “emergenze”: bisogna raccogliere i soldi della gita, “cambiare i posti”, diversificare le verifiche (tre, quando va bene; sei, quando va meno bene), correggere i compiti, motivare attraverso un dialogo, ascoltare, introdurre nuovi argomenti, dare strumenti per affrontarli, verbalizzare voti sui libretti, dare spazio al confronto nel caso in cui si verifichino gravi litigi o comunque incomprensioni degne di nota… e tutto questo, normalmente, si fa in un’ora scarsa. A volte, è molto difficile: sicuramente, per me, è molto penoso essere consapevole di non fare mai abbastanza e sul piano didattico (istruzione) e su quello formativo (educazione). Ciò che mi sembra subire una drammatica erosione è il tempo dedicato all’ascolto e alla costruzione partecipata, condivisa, di significati. Quasi sempre vorrei chiedere: che cosa vi piace di questo testo/argomento? Che cosa vi fa venire in mente? Come la sai, questa cosa? Che cosa hai trovato difficile? Eccetera. Vorrei dare più spazio, insomma, alle loro impressioni, alle loro intuizioni – che sono parecchie – e alla loro voglia di saperne di più, di scoprire realtà nuove, ignote (significati nel testo, fra testi, eventi passati o contemporanei, luoghi vicini o lontani).

Nel mondo anglosassone si tende a fare pratica, a fare esperienza. Si impara a leggere leggendo, a scrivere scrivendo. S’impara una materia lavorandoci sopra e non soltanto ascoltando un/a insegnante che ne parla affannosamente, nella speranza che fare di più sia fare meglio. Ora, non vorrei passare per esterofila sempre e comunque, perché so che nella scuola italiana altre valide tecniche di insegnamento sono più che collaudate, però mi piacerebbe ricorrere a sistemi non sempre improntati sulla trasmissione di nozioni. L’ho scritto più volte, su questo blog.

Spesso, partiamo con il sottovalutare l’intelligenza dei ragazzi e quindi finiamo per impedire loro, effettivamente, qualsiasi tentativo autonomo di comprensione della realtà. Che senso ha, per un alunno, porsi domande, esprimerle, andare alla ricerca di risposte se tanto poi l’unico depositario della verità (nelle sue molteplici interpretazioni), resta comunque il/la professore/ssa? Tanto vale non cominciare nemmeno!

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Ma per tornare a ieri, all’altro ragazzo in lacrime – il secondo in ordine di tempo, che è “crollato” soltanto nel momento in cui gli ritiravo il compito – non riesco sempre a soprassedere. Ho anch’io un nugolo di domande che mi frullano in testa, dettate da una vera e propria urgenza di capire i ragazzi. Ho chiesto quindi, a tutta la classe:

  • Quali argomenti trovate difficili da capire? Sapreste spiegarmi come mai?
  • Quali argomenti sono invece più facili, per voi?
  • Che cosa vi è piaciuto di più, quest’anno?

Naturalmente, il piacere di imparare va spesso di pari passo con la semplicità di un argomento. Eppure, noi adulti diamo per scontato che ‘facile’ significhi ‘banale’, ‘ovvio’, non meritevole di attenzione. A undici anni, invece, ‘facile’ significa che si aggancia alla mia esperienza o a qualcosa che ho appreso in precedenza. E’ dunque indispensabile, per un ragazzo, riconoscere come ‘facile’ un argomento di studio: un argomento che lui reputa troppo difficile gli provoca spaesamento, ansia, repulsione, impedendogli quindi di accedere alla cosiddetta zona di sviluppo prossimale. Quella specie di anticamera che gli permette, per usare la tipica espressione dei videogiochi, di passare al livello successivo.

Le risposte, fors’anche ovvie per noi adulti ma per me assai interessanti, sono state le seguenti:

  • “Trovo difficili gli argomenti dove si usa un linguaggio difficile”.
  • “Per i Comuni si usa un linguaggio difficile, della politica, mentre per la rinascita delle campagne si usa un linguaggio facile, che usiamo ancora oggi”.
  • “I termini per indicare gli attrezzi agricoli li conosciamo già, mentre quelli dei Comuni non li sappiamo”.
  • “Alcuni argomenti si riferiscono a cose astratte, mentre altri a cose concrete (osservazione mia)”.
  • “A me non sono piaciuti gli Ottoni, non ci capisco niente”.
  • “A me invece Carlo Magno è piaciuto”.
  • “A me sono piaciuti gli Arabi”.
  • “A me sono piaciuti gli Arabi perché ho capito meglio quel mondo“.
  • “A me sono piaciuti megli gli Arabi perché ho capito meglio il mio compagno A**** (di origine marocchina)”.

I ragazzi non sono stupidi. Possono sentirsi inadeguati ad affrontare un compito e dunque possono piangere: ma, se da una parte ciò è imputabile anche a un’eventuale difficoltà a tollerare le frustrazioni, deve pure costringere me insegnante a chiedermi se ho permesso a tutti di “giocare in casa”, di sostare per il tempo necessario in quella “zona di sviluppo”, oppure se ho “tenuto fuori” qualcuno.

Questa è la sfida che siamo chiamati ad affrontare. La sfida, alle medie, non può essere una sfida a colpi di numeri e di pagine svolte. Detto questo, bisogna poi decidere che cosa fare e soprattutto come farlo.

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4 Comments Add yours

  1. profnotproof ha detto:

    sono pienamente cocnorde

  2. Caterina Patti ha detto:

    letto con Matteo……molto riflessivo.

    1. C. B. ha detto:

      Me l’ha detto. Grazie, davvero. Ma non penso che “loro” (i ragazzi) possano capire fino in fondo questo tipo di scelte fatte da noi adulti. Sicuramente “sentono” quand’è che si sta bene in classe (e purtroppo non capita sempre): quando possono parlare liberamente senza che io, insegnante, intervenga per dire “è giusto / è sbagliato”, “è stupido”, “è ovvio”; quando lavorano su qualcosa scoprendo da soli (guidati, certo, ma non costretti) a scoprire qualcosa che prima non sapevano e la scoperta li appassiona pure; quando possono esprimere i dubbi senza che io dica “non c’è tempo”, “ancora dubbi!” o “che scemenza”. “Non c’è tempo”, per esempio, mi tocca dirlo molto spesso e me ne dispiaccio. Come molti altri, sogno una scuola in cui i ragazzi possano essere messi nelle condizioni di appassionarsi a quello che fanno, di collaborare. Il primo ostacolo che incontriamo è la disposizione dei banchi, tutti in fila a guardare la cattedra, come se l’ultima risposta spettasse sempre e solo a me. Un atteggiamento del genere non costituisce la “base” dell’autonomia (e se lo dice anche l’OCSE…). A presto!

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