Hackerare la scuola

Per caso, reindirizzata da un sito per l’autocostruzione di giochi creativi, mi sono imbattuta in questo video.

Al centro della scena, il tredicenne statunitense Logan LaPlante parla al pubblico di un “TEDx“, cioè di un evento allestito da un’organizzazione non-profit chiamata TED, che è deputata ad approfondire tematiche di Teconolgia (T), Intrattenimento (E) e Design.

Logan parla di hackscholing. Dunque, stavolta, non si tratta soltanto di homeschooling (pratica di ispirazione americana in cui i ragazzi studiano a/da casa, sotto la supervisione dei genitori o in piccoli gruppi organizzati e coordinati sempre da genitori): this is addirittura hackschooling, cioè auto-gestione della propria educazione/formazione “hackerando”, “piratando” esperienze, discipline, insegnamenti per “piegarle” alle proprie necessità (o a quelle del futuro) e coniugare la necessità di istruzione (classica, tradizionale) con il bisogno di salute e felicità (sic). Il che, effettivamente, è soltanto un modo più elegante per parlare sempre e comunque di homeschooling, secondo me.

Mumble. Io ho capito (più o meno) di che cosa si tratta, ma non mi è chiaro come ciò dovrebbe avvenire. Di sicuro, perché tutto ciò si renda possibile debbono verificarsi almeno due condizioni, in famiglia:

1) un genitore deve stare a casa (dunque, non lavorare) e “amministrare”, almeno in parte, il tempo del/i proprio/i figlio/i;

2) i genitori devono disporre di sufficienti risorse economiche per garantire esperienze sensate e istruttive (gite in montagna con esperti alpinisti, biglietti per musei/parchi/cinema/teatri, materiali per esperimenti di chimica/videoproduzione/arte…) al/i proprio/i figlio/i.

Forse a me ricorda vagamente quell’epoca in cui i rampolli delle famiglie aristocratiche, o altoborghesi, studiavano – a casa loro – assistiti da un precettore privato. Fra le altre cose, mi viene sempre in mente Gerald Durrell, il celebre etologo, che viene istruito da un insegnante inglese mentre soggiorna a Corfù. Ma forse le mie conoscenze sono inquinate dalla stereotipia. D’altronde, i nobili non esistono più e, a quanto pare, anche la borghesia si sta disfacendo.

So anche che gli Stati Uniti sono gli Stati Uniti: l’istruzione comunque costa, sia che si vada a scuola sia che si resti a casa… e quindi si capisce perché sempre più genitori optino per la seconda possibilità.

In Italia, francamente, non ne vedo la ragione: d’accordo, la didattica italiana è inadeguata alle sfide del nuovo millennio, gli edifici pericolanti, gli insegnanti privi di fantasia… Lo so. Ma dubito che una famiglia (italiana media) possa fare molto di più di ciò che fa la scuola. E, soprattutto, la dimensione comunitaria della scuola non la possono dare i genitori, né i fratelli, né gli amici “stretti”. La scuola è un “laboratorio sociale” dove si dovrebbero provare gli effetti, controllati e depotenziati (un po’ come dei vaccini…), dell’amicizia, dell’ingiustizia, della fiducia, della delusione su larga scala. In una scuola sei buttato lì, solo, come un pesce, e il bello – e contemporaneamente il brutto – è che te la devi cavare da solo, a stare in mezzo agli altri. Anche a chi non ti piace, a chi ti fa i dispetti, a chi parla male di te alle tue spalle. Ma che, non è educativo, forse, tutto questo?

Comunque, per tornare al video, ci sono degli spunti molto belli. Come questi:

  • La creatività non è un valore aggiunto: è un valore, punto. Lo credo anch’io. Dare temi sulle farfalle o sugli arcobaleni o su argomenti che anche soltanto per un alunno non siano stimolanti, è un errore.
  • Proprio in questi giorni, sono reduce dalla lettura della biografia di Steve Jobs (citato come “hacker” nel video), che non ha finito l’università, ha fatto un sacco di scemate guidato da un istinto a volte autodistruttivo… ma che comunque non si è fermato a replicare idee autoevidenti e soprattutto altrui. Sì, ha anche manipolato delle persone e rubato delle idee originali con la nonchalance dell’impostore, ma è stata una persona interessante e ha avuto un’esistenza interessante; chi può negarlo?
  • Dimentichiamo troppo spesso di partire da esperienze concrete: costruzione di macchine, discussioni intorno ad argomenti di vitale importanza (del tipo: “Come sopravvivere a chi mi ruba la merenda alla ricreazione?”; “Come fare a smettere di litigare con…?”; “Perché nella mia famiglia tutti mi prendono in giro?”; “Perché la scuola è importante?”; “Perché sono obbligato a fare delle cose che non vorrei fare?”; ecc.). Per un ragazzo, soprattutto se molto giovane (undici, dodici anni) è di fondamentale importanza astrarre, lavorare per induzione e non sempre per deduzione.
  • Quanto a fare esperienze nella natura, o progetti di autofinanziamento… be’, credo che siamo ancora molto, molto lontani da tale modello scolastico (e forse lo saremo per sempre).
  • Infine, bella l’idea (esportabilissima a scuola), di studiare molto bene un personaggio fino a identificarcisi e a “metterlo in scena” rispondendo alle domande del pubblico (la classe). Chissà Adolf Hitler che cosa risponderebbe alla domanda: “Da giovane, ti sentivi una persona frustrata?”, o Carlo Magno alla domanda: “Amavi Ermengarda (posto che si chiamasse davvero così)?”.

Il futuro, comunque, potrebbe riservarci delle sorprese niente male.

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