Ufo, Santa Lucia e dintorni

Scena: quattro banchi accostati a formare un quadrato; sei alunni undicenni seduti tutt’intorno, ciascuno con il suo quaderno e il suo astuccio; due fotocopie, una di istruzioni per il lavoro e una da leggere.

Si parla di Santa Lucia nella storia e nelle tradizioni popolari contadine. Qualcuno capisce quasi tutto, qualcuno molto poco. E per questo un po’ litigano ma un po’ anche si aiutano, per fortuna.

Tutti si bloccano, però, alla seconda domanda di comprensione, apparentemente priva di soluzione. Così mi avvicino, porto una sedia con me e mi accomodo al loro fianco.

La domanda recita così: “Quale evento si festeggia, precisamente, a Santa Lucia?”.

– Be’, che Santa Lucia porta i regali.

– No, Alessandro. La domanda chiede perché li porta. Guarda, c’è scritto sulla fotocopia. Qui.

– Ah, per la malattia dei bambini!.

– Sì, allora scriviamolo meglio. Anzi, posso dettarvelo: la leggenda dice che…

– Meglio narra, prof [afferma l’alunno dislessico, famoso per parlare troppo difficile].

– Hai ragione. La leggenda narra che Santa Lucia, nel 1200 o nel 1300…

– Posso scrivere tredicesimo o quattordicesimo secolo?

– Certo, Alessandro. Dunque, nel 1200 o nel 1300 fece cessare un’epidemia che aveva colpito soprattutto gli occhi dei bambini, rendendoli quasi ciechi. Le loro madri avevano infatti pregato Santa Lucia, martire cieca, perché intervenisse a guarire i loro figli. In cambio della guarigione le avevano promesso che avrebbero fatto dei doni ai bambini poveri.

– Ma prof, non è credibile.

– In che senso non è credibile? Tutte le leggende hanno dell’incredibile!

– No, voglio dire che secondo me questa leggenda l’hanno inventata molti secoli dopo, perché questo finale non ha nulla di medievale.

– No, scusa Alessandro, non capisco…

– Io ho capito! Intende dire che non è possibile che le mamme dei bambini ammalati abbiano promesso a Santa Lucia di fare dei doni a dei bambini poveri. Che senso ha fare dei regali ai poveri? Mica li facevano, nel Medioevo. Già loro non erano ricchi, figurarsi se regalavano qualcosa ai poveri!

– Ehm, veramente il buon cristiano è colui che fa l’elemosina ai poveri, che ha compassione, che fa la carità. L’idea di fondo, tra l’altro, è che se tu fai qualcosa di buono agli altri, sicuramente Dio in qualche modo ti premierà…

[Sguardi sbigottiti. Come se avessero visto per la prima volta un video di Ufoedintorni].

– Ehm, ma voi ci siete mai andati in chiesa, a catechismo…?

– No, io assolutamente no, ci mancherebbe altro!

– Sì, va bene, lo so che tu sei il più giovane esemplare in circolazione iscritto all’UAAR, ma gli altri?

– Uh, io ci andrò tre-quattro volte all’anno.

– Io ci vado con mio nonno, qualche volta, la domenica mattina. Ma non sono mica obbligata, eh!

– Per forza che ti ci porta tuo nonno: lo sanno tutti che i pensionati non hanno niente da fare, nella vita.

– No Marco, questo non è affatto detto. I pensionati ci vanno perché ci credono, non perché non hanno niente di meglio da fare!

– Be’, io la domenica ho di meglio, da fare.

– Insomma, e tu, lì in fondo che non parli, ci vai?

– Mah, sì, qualche volta…

– Io ci vado! Io! Vado anche a catechismo!

– Ah, allora almeno tu sai che il Vangelo dice esplicitamente che si deve amare il prossimo, soprattutto, e quindi averne compassione, fargli l’elemosina, donare qualcosa in beneficenza, sacrificare qualacosa di sè, anche se si ha poco o nulla…

– Eh, più o meno, circa…

– Scusi, prof, anche i romani facevano questi regali ai poveri?

– No, che discorsi, non erano mica cristiani, vero?

– Ah, sì, che stupido! È vero, è nei primi secoli dopo Cristo che si contagiano

Convertono, vuoi dire convertono

Un'immagine d'archivio che mostra una bambina e la sua bambola appartenenti a un passato remoto.
Un’immagine d’archivio che mostra una bambina e la sua bambola appartenenti a un passato remoto.

E così ho capito. Che qualcosa sta veramente cambiando. Che la secolarizzazione della società, che in molti hanno desiderato a lungo, prendendo a spallate la religione organizzata, le istituzioni ecclesiastiche e i loro anacronismi, alla fine è quasi completamente avvenuta. Solo che noi continuiamo a insegnare il Medioevo dando per scontato che tutti conoscano in modo acritico (e dunque lamentandocene) tutti i precetti  del cattolicesimo romano. Pensiamo (o sono soltanto io, forse, a pensarlo?) che possano capire la storia di Santa Lucia e i suoi legami con i riti della luce pre-cristiani perché sanno già tutto del cristianesimo.

Macché. Il catechismo non è più un prerequisito. E l’obbedienza non è più una virtù. Solo che dovrei ricordarmelo un po’ meglio, quando insegno storia. E magari dovrei smetterla di pensare che la storia del Medioevo sia comprensibile a tutti in un battibaleno, quando qualcuno – in una cattedrale – non ci mai neanche messo piede.

Per insegnare ci vuole sempre più tempo. E allora sorge una domanda spontanea: perché, invece, ne ho sempre meno?

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