Se la scuola avesse le ruote, sarebbe una carriola

Un post molto frettoloso, dopo aver girovagato in mezzo a qualche articolo del Movimento di Cooperazione Educativa (scoperto per caso grazie a una segnalazione del G.I.S.C.E.L. e a parecchie ricerche su Google relative a Mario Lodi, che comunque – ci tengo a precisarlo – leggo da un’epoca precedente alla diffusione di internet).

Sono felice di aver trovato quello cerco. E di scoprire, ogni giorno di più, di non essere l’unica a pensarla così. Questo mi consola parecchio.

Certo, devo frequentare associazione virtuali, nottetempo, sentendomi praticamente una carbonara, un massone incappucciato. D’accordo, sto esagerando – come sempre – ma nelle scuole medie delle mie parti tendenzialmente si vive, o meglio, si vivacchia, nel vuoto pneumatico di idee e di pratiche sostanzialmente democratiche.

Prima di approdare, stasera, sul Grande Net, mi sono riletta la Costituzione di Mario Lodi e, soprattutto, l’ultima parte: quella esecutiva, sperimentale, laboratoriale. C’è una proposta bellissima – anzi, no, sono molte di più – e cioè quella di partire dalle regole da “imporre” in classe partendo da queste due semplici domande, rivolte ai ragazzi: 1) che cosa vi fa star bene? 2) che cosa vi fa star male? Ecco, poi si procede a stilare un elenco: quello che vi fa star male, NON lo dovete fare agli altri (e la ragione è ovvia); quello che vi fa star bene POTETE, se volete, farlo agli altri: è una cosa raccomandabile, insomma. Mario Lodi è tutto lì. La sua semplicità incanta. Ogni volta mi dico: ma com’è che è tutto così immediato, per lui?

Io una volta queste cose le sapevo, ma poi – diventando insegnante – le ho dovute dimenticare, per allinearmi. La mia insegnante di lettere della prima media era proprio come Lodi: si chiamava Fernanda Colangeli e forse anche lei era iscritta al Movimento di Cooperazione Educativa, chissà. So che cosa significa discutere in classe, a undici anni, ed essere presi sul serio. L’ho provato sulla mia pelle e lo ricorderò per sempre, tanto è stato illuminante: è per questo motivo che le scrivo delle lettere ancora oggi, dopo vent’anni. Livia Torboli, la mia insegnante di musica d’assieme – che ho cominciato a frequentare a sette anni e che poi purtroppo ho dovuto abbandonare, verso i quindici – ha studiato per anni e anni, a Salisburgo, la pedagogia musicale di Carl Orff. Io devo tutte le mie più profonde credenze didattiche a queste due maestre (di vita). Trasferirle nelle mie classi delle scuole medie, ora, è difficilissimo: molto, molto più difficile di quanto pensassi.

A leggere ad alta voce l’antologia, a proporre formulari ed esercizi, a far sottolineare un capitolo dopo l’altro, a interrogare, sono capaci tutti. Tutti gli insegnanti prima o poi si riducono a fare quasi solo questo, almeno quelli che insegnano da più di sei mesi. Sappiatelo. Non ci si deve preparare, a casa, o comunque non più di tanto. Non si deve “scendere”a misurarsi con i sentimenti dei ragazzi, che sono sentimenti scomodi, generalmente imbarazzanti e maldigeriti – a suo tempo – da noi stessi, nel frattempo diventati adulti e potenti, con il coltello dalla parte del manico.

Ora, ci sarebbero due-tre altre proposte di Lodi, nella sua Costituzione, che rendono l’idea di che cosa significa davvero fare democrazia a scuola, ma mi fermerò qui. Mi fermo rimandandovi (sto parlando a voi adulti; è chiaro che nessun ragazzino può essere arrivato a leggere fin qua) all’articolo che mi ha fatto venire voglia di scrivere questo post.

Un'immagine raccolta da Bruno Munari e inserita nel suo libro di filastrocche per bambini "Ciccì Coccò"
Un’immagine raccolta da Bruno Munari e inserita nel suo libro di filastrocche per bambini Ciccì Coccò.

In sintesi, l’autore (Richard David Precht; tanto per cambiare, un tedesco) dice che per cambiare il paradigma dell’apprendimento bisognerebbe seguire queste dieci indicazioni (alcune semplici, altre più complesse):

  1. Non pretendete di controllare sempre e comunque le attività di un bambino. Lasciate che si annoino, qualche volta. Fatevi da parte.
  2. Lavorate per progetti interdisciplinari ogni volta che potete.
  3. Fate in modo che un domani le classi non siano più formate su base anagrafica, ma su “livelli” di apprendimento. Anzi, su interessi (pensate che rivoluzione!).
  4. Impostate il rapporto insegnanti-allievi su piccoli gruppi. Instaurate rapporti profondi e abbandonate il vuoto rituale del collegio docenti, che non ha quasi più niente di collegiale.
  5. Con ciascun gruppo di ragazzi, istituite rituali identitari che li rendano protagonisti. Aspettate che siano loro a proporveli.
  6. Fate in modo che qualcuno si curi dell’architettetura scolastica. Progettate luoghi nuovi e personalizzateli. Basta aule come uffici dell’anagrafe.
  7. Insegnate ai ragazzi a resistere agli stimoli costanti: insegnate loro a tranquillizzarsi e a pensare.
  8. Eliminate i voti. Reintroducete dei giudizi articolati che tengano conto delle abilità e delle competenze: quelle che, un domani, conteranno davvero nella loro vita e nel loro lavoro.
  9. Aprite le scuole nel pomeriggio, per discutere, per interessarsi a qualcosa, per lavorare insieme. Per concludere qualcosa di avviato nella mattina. E basta compiti.

Io, se insegnassi in una scuola così, be’… in questo momento starei facendo il lavoro più bello del mondo (e se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola).

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