A proposito di valutazione

Surfando sul sito dell’MCE (Movimento Cooperazione Educativa, sito suggerito da nientepopodimeno che l’irraggiungibile G.I.S.C.E.L, Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione Linguistica!), non ho resistito e ho cliccato su questo bell’articolo intitolato “Pratiche sensate di resistenza all’epidemia valutativa“.

E ora non posso non condividerlo, perché per me è come aria pulita, che mi permette di respirare e di “sentirmi a casa”.

Il succo del discorso è questo (così vi risparmio la lettura integrale che – me ne rendo conto – è da sciroccati cultori della materia):

  • Noi insegnanti dobbiamo ricordarci sempre (sempre!) che valutare è un atto di potere, e che può essere tanto buono (quando sviluppa libertà e intelligenza critica) quanto cattivo (quando è coercitivo e vuole soltanto addomesticare).
  • I test Invalsi si sono trasformati da prove per il monitoraggio a obiettivi per i quali formare gli alunni, a scapito di altri percorsi educativi e didattici. Vogliamo davvero perseverare in quest’errore?
  • Le case editrici si sono buttate come avvoltoi sulle ansie di questi insegnanti che devono dimostrare di essere bravi addestratori di alunni all’Invalsi, lucrando come delle pazze. E noi ci prestiamo, eccome se ci prestiamo.
  • La conoscenza è e deve restare il luogo della liberazione personale e collettiva, non la scena tutta televisiva del discorso sulla meritocrazia (dài, su, ma quando mai noi inseganti siamo stati in grado di riconoscere davvero i meriti dei nostri ragazzi? E pensiamo veramente di poterlo fare… grazie all’Invalsi?) e sulla severità che porta a ottimi risultati (ma, sul serio, voi credete che a leggere e a scrivere s’impari grazie alla rigidità dell’insegnante?).
  • Ci sono addirittura attività che vanno protette dalla valutazione: quando qualcuno racconta qualcosa di sé, in cerchio, bisogna evitare che si instauri un clima di giudizio. Ma come si può imparare a esprimersi laddove si teme continuamente un rimprovero, un’osservazione, una squalifica? Davvero noi insegnanti crediamo che le nostre risposte univoche possano accontentare la curiosità e la voglia di mettersi in gioco di un ragazzo che sta crescendo? Il dialogo euristico, in cui insieme scopriamo qualcosa che nessuno di noi sapeva prima – neppure l’insegnante, naturalmente – dovrebbe essere la base dell’apprendimento di ogni sapere e disciplina, a qualsiasi età.
  • La scuola come laboratorio, in cui conoscenze e problemi si toccano con mano in modo pratico e concreto, intrecciando diversi linguaggi (orto, uscita sul territorio ecc.), è – purtroppo – ancora un miraggio, visto che per più del 70% dei docenti la lezione frontale resta la principale modalità di insegnamento. E ce ne vantiamo!
  • La lettura è una pratica di piacere. Trasformarla in dovere, con annessi e connessi valutativi, significa condannarla a morte. Punto. Non c’è altro da aggiungere.
  • Bisognerebbe ricordarsi, quando si corregge qualcosa, di separare l’errore dall’errante: i bambini e ragazzi non devono sentire che nel giudicare l’errore si sta giudicando il loro valore. Tutti, anche i ragazzi, dovrebbero diventare “cacciatori di errori”, anche in se stessi, per capire in seguito come evitarli.
  • Per esempio, per imparare a scrivere bene un testo, c’è bisogno di passare attraverso la pratica del testo collettivo, esercizio condiviso per cercare di migliorare assieme la qualità delle frasi (chiarezza, correttezza e ricchezza lessicale).
  • Verifiche e interrogazioni spesso sono, ahimè, l’emblema della rinuncia alla ricerca, perché si limitano a verificare se il bambino sa ripetere quello che gli è stato detto.

Scusate se oggi mi sento rivoluzionaria, ma tutto questo lo sospetto da tempo e non mi vergogno più a dichiararlo. Tanto più se gente che lo dice apertamente, come questi “ricercatori” nel campo della didattica, ha l’appoggio del G.I.S.C.E.L. Che, lo ripeto, sono dei luminari.

Me ne vado: fuori dalla didattica “tradizionale”, quella di chi vuole ritornare agli anni Cinquanta. Ma metto piede in un’altra didattica, tra l’altro ormai stradiladicollaudata: quella che ho sempre amato, della ricerca, della sperimentazione “euristica” (come dice l’articolo), dell’educazione così come la intendo io (e parlo anche da genitore).

Gonna_rossa

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