Dislessia e creatività

Stelle

Ho appena letto un bell’articolo di Annamaria Testa, pubblicato oggi sulla rivista Internazionale. Vi consiglio di leggerlo.

Esso raccoglie – in poche righe – una serie di importanti riferimenti al problema della dislessia.

Aggiungo una considerazione mia. Pochi giorni fa ho incontrato una delle mie maestre dell’asilo, che non incontravo dall’estate del 1986. Mi ha raccontato che ho imparato a leggere prestissimo, non si sa bene come né dove – ma suppongo a casa, guidata da due genitori che hanno dovuto comprare una seconda abitazione per ospitare esclusivamente i libri che strabordavano dalle pareti della nostra – rivelandomi qualcosa che non potevo sapere fino a quel momento: e cioè che io non posso avere memoria di quei processi di apprendimento della scrittura che si fissano poi come automatismi. Non ricordo nulla della prima elementare. Non ho incontrato difficoltà, anzi, mi piaceva disegnare le lettere in stampato maiuscolo, minuscolo e corsivo: adoravo la procedura grafica, i ghirigori, e mi restava sempre del tempo per disegnare delle cornicette. Quaderni e quaderni di letterine vergate senza apparente fatica: ore e ore trascorse nell’autocompiacimento estetico. Altro che questione linguistica!

Ma gli altri, quelli sono arrivati a leggere e a scrivere a stento? Ricordo un mio compagno – che ho poi ritrovato a montare e smontare tubature idrauliche in un cantiere (guadagando sicuramente più di me, prova che non è affatto scemo!) – il quale era sistematicamente deriso perché lui non capiva. Che cosa non capiva? Un po’ di tutto, ma il suo incubo erano l’ortografia e l’analisi grammaticale. Così spesso si agitava sulla sedia, attirava l’attenzione facendone di tutti i colori e, soprattutto, non svolgeva mai tutti i compiti che ci assegnava la maestra. Quelli che portava, tra l’altro, erano spesso zeppi di errori.

Dove finiva la sua “vivacità” e dove cominciava l’espressione di un disagio?

Come era arrivato a farsi questa reputazione di scansafatiche, che lo rendeva comunque un soggetto interessante da prendere di mira per le canzonature da parte di tutta la scuola?

Un giorno, l’ho avvicinato mentre era seduto davanti al gradino del cancelletto d’uscita della scuola. Stava piangendo. Dietro di lui, almeno venti bambini più grandi lo insultavano gridandogli: “Va’ a casa, va’ con le galline, torna al pollaio!”. Dov’erano le maestre? E perché invece – di solito – era sempre sua, la colpa, se qualcosa non andava? Quella volta, mi sono sentita così tanto a disagio, per lui, da fermarmi lì a consolarlo, nonostante le voci che si levavano alle sue spalle, il muro invisibile dell’esclusione.

Insomma, per qualcuno la scuola è il teatro di continui fallimenti, in misura maggiore per chi ha quei disturbi dell’apprendimento di cui, una volta, non si sapeva nulla. Ed è anche per questo, come dice il neuropsichiatra infantile Giovanni Bollea, che la scuola deve tornare luogo della formazione più che dell’informazione (cioè dell’educazione più che della sterile trasmissione di nozioni): perché tutti possano salire sul “carrozzone” della conoscenza e praticare percorsi dotati di senso.

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