Malinconia, portami via

Un momento di malinconia (e un momento di integrazione, di “ricomposizione” del post precedente, in cui mi lamentavo di tutto ciò che non va).

Malinconia per dei maestri che non ci sono più. Per una scuola stessa che non c’è più, e con essa un’intera società. Chi, come me, è nato all’inizio degli anni Ottanta l’ha potuta a malapena conoscere: paesi ancora a dimensione di bambino, genitori più disponibili per il semplice fatto che avevano più tempo, scuole con orari sostenibili e attività semplici ma generalmente utili.

So di sembrare proprio una vecchia babbiona, ma – così come molti genitori dei miei alunni – ho potuto sfiorare di sfuggita, prima che fosse ineluttabilmente spazzata via, una scuola elementare sicuramente limitata che mi ha insegnato però cose come queste:

  • A discutere assieme dei propri dubbi, delle proprie esperienze, anche (e soprattutto!) mettendoci un sacco.
  • A camminare insieme per visitare luoghi di produzione locali – come la cantina (quella piccola e senza alcuna pretesa, non quella che esporta i propri vini fino in Giappone!), il frantoio, il panificio – e habitat naturali: le colline con i loro abitanti (noccioli, frassini, carpini, scoiattoli, volpi, porcospini…).
  • A coltivare piccole piante, ad allevare piccoli animali in stagni e terrari.
  • A leggere e a scrivere con calma, con quaderno e penne. A formulare pensieri senza inibizioni di ogni sorta. A giocare con le parole. E anche a disegnare a lungo, senza paura di perdere tempo.
  • A contare applicando un milione di volte la regola, fino a non dimenticarla più. Sì, annoiandosi, a volte: ma ricavandone la soddisfazione di riuscire a farcela, a forza di dài.
  • A rappresentare piccoli spettacoli teatrali e a suonare strumenti musicali.
  • A costruire qualche oggetto di falegnameria, di stoffa, di cartone.

Insomma, ho frequentato, per poco, un mondo in cui era possibile perdere del tempo dietro attività apparentemente inutili. A scuola ho imparato – e con me tutti i miei compagni – ad “appropriarmi” autonomamente di ciò che vivevo e a cui, fino a quel momento, non sapevo dare un nome: le liti con i compagni, la vita in famiglia, il susseguirsi delle stagioni, i lutti, le feste… Tutto ciò che apparteneva al nostro mondo era quasi sempre importante per gli adulti che ci circondavano: genitori, compaesani, maestri. Noi bambini sentivamo di contare qualcosa.

Questo video che mi ha gentilmente “passato” un’amica, Cristina, dice tutte queste cose molto più chiaramente. Se avete qualche minuto da buttar via – ormai siamo abituati a dire così – guardatelo: parla del lavoro di Mario Lodi, il famoso maestro di Piadena che per me è come un faro nel buio.

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/mario-lodi-un-metodo-di-insegnamento/5463/default.aspx.

Ecco, ho l’impressione che molte cose siano cambiate.

Con i miei alunni io sono sempre di fretta. Non ho mai tempo. I loro interventi sono sempre inopportuni, anche perché – per parlare al momento giusto delle cose giuste, cioè per fare un discorso con i coetanei – bisogna essere abituati fin da piccoli: insegnare tutte queste cose contemporaneamente, in prima media, è un’impresa durissima (e non dico che alle elementari non ci abbiano provato, anzi, credo che abbiano le mani legate, per così dire, come e più di noi). E poi io stessa faccio cose che trovo talvolta insensate. Con i colleghi si fa a gara su chi finisce prima e meglio il “programma” (quale, poi?) e, se non ce la si fa o non si vuole, si è considerati incapaci.

Ma vorrei essere un’insegnante diversa. Vorrei una scuola diversa. Una società diversa.

Sono proprio una vecchia babbiona. O un’inguaribile idealista, che poi è la stessa cosa.

Lodi

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